Castel Penede

Altitudine m. 258

Figura 17

Figura 17

Figura 18

Figura 18

Figura 17. Fotografia del prospetto  nord-ovest di Castel Penede per come appare nella sua versione attuale dopo la messa in sicurezza e i recenti restauri terminati nel 2012.Figura 18. Fotografia del prospetto sud del castello, visto da Torbole.

 

Il castello e il sistema difensivo Nago-Torbole

 

Nel precedente paragrafo si è a lungo discusso dell’origine del nome dell’abitato di Arco e di quello dell’omonimo castello, argomento che è stato ripreso da molti studiosi che si sono occupati di storia locale. Per quanto riguarda Castel Penede, invece, la letteratura di genere non è altrettanto prodiga in quanto la questione del particolare nome della fortificazione, che non risulta immediatamente riconducibile né a quello dell’abitato di riferimento né tantomeno a quello di una delle famiglie nobiliari che ne sono entrate in possesso, è stata affrontata in maniera specifica solamente in poche opere.[1]

Una prima ipotesi, a riguardo, viene abbozzata in quanto scritto, agli inizi del Novecento, da Ottone Brentari, il quale, nella sua Guida del Lago di Garda cita, a titolo di curiosità, un’opinione un po’ singolare che vorrebbe derivare il nome del lago “Benacus” – antica denominazione del Lago di Garda – dalla locuzione «penes Nacum» in ragione del fatto che il lago è situato «presso Nago».[2] L’affermazione appare evidentemente un po’ fantasiosa e lacunosa dal punto di vista logico, e non trova altresì conferme in altri analoghi studi toponomastici in quanto, in realtà, tutt’al più, potrebbe essere il nome “Nago” a derivare dal termine Benaco e non viceversa.[3]

Una versione più recente e solida dal punto di vista dei riscontri propone invece l’accostamento castrum penne/locus penne ove il termine penne starebbe ad indicare il luogo, o forse la totalità della cresta montuosa, ove il castello sorge.[4]

Nella presente trattazione si è poi deciso di collocare Castel Penede al secondo posto poiché, subito dopo quello di Arco, tra tutti, è il maggiore per dimensioni e importanza strategica.

Dal punto di vista territoriale, però, la storia del castello sembra essere legata, almeno in origine, più alle vicissitudini della corte di Riva, che non alle vicende dei possedimenti arcensi, oltretutto non è nemmeno cosa semplice stabilire quando sorse precisamente il nucleo più antico del castello bassomedievale. Sicuramente dopo il 1154, ossia da quando il territorio rivano sarà sottoposto ininterrottamente al giurisdizione episcopale trentina, l’esistenza di una fortificazione si fa più probabile sia perché appare verosimile postulare l’allestimento di un avamposto vescovile in una zona altamente strategica[5], sia perché da quanto emerso dagli ultimi studi effettuati pare che siano stati proprio gli Arco, entrati in possesso dei territori circostanti la zona del castello nel 1175, ad erigere il vero e proprio nucleo bassomedievale della fortificazione.[6] L’acquisizione da parte della dinastia arcense di territori situati sulla sponda settentrionale del Lago di Garda trova riscontro nella trascrizione di un documento operata dallo stesso Ambrogio Franco che, al 1175, fa risalire l’investitura da parte degli Arco di Isolano, Alberto e Achille di Nago e dei fratelli di Riprando, dei territori che vanno da Torbole sino all’isola di Sant’Andrea presso Loppio.[7]

Sarebbero stati poi gli stessi signori arcensi a far edificare, agli inizi del XIII secolo, il castello che diventerà nei decenni successivi un possedimento stabile dei d’Arco.[8]

Negli anni 1266-1268 il controllo della fortificazione venne infine perso da questi ultimi nello scontro con Mainardo del Tirolo, che nel 1272 lo assegnò in feudo alla famiglia dei Castelbarco. L’investitura verrà confermata dal vescovo Enrico II nel 1281 e i Castelbarco, successivamente, rimarranno i proprietari del castello fino al 1348 quando finalmente i d’Arco, dopo reiterati tentativi, riusciranno a riconquistarlo.[9]

Tornando al ruolo che il fortilizio ebbe per la stirpe nobiliare arcense si può affermare che se il Castello di Arco ha indiscutibilmente rappresentato il nucleo centrale del sistema difensivo arcense oltre che l’emblema stesso della famiglia che dal castello aveva preso il nome, Castel Penede rappresentava parimenti – come vedremo nello specifico di seguito – un complesso difensivo di notevole importanza strategica in riferimento al territorio che presidiava. E proprio in virtù del suo carattere di complesso difensivo che esso può essere, con i dovuti termini di paragone, accostato al Castello di Arco il quale, come si è detto, costituiva un vero e proprio sistema difensivo unitario composto dalla rocca, situata sullo sommità dello sperone roccioso antistante l’abitato arcense, che si innestava, quasi fondendosi, in un’ulteriore struttura difensiva rappresentata dalle mura che cingevano il villaggio.

Anche Castel Penede, infatti, pur non essendo mai stato racchiuso da una cinta che lo accorpasse al borgo di riferimento, costituiva però, nel XIII secolo, con tutta probabilità, un complesso fortificato. Tale complesso si componeva oltre che del castello stesso, situato sulla rupe che dominava l’abitato di Nago, di due torri anonime i cui scarsi resti sono stati rinvenuti su altrettanti dossi nel comune di Nago-Torbole collocati significativamente tra il castello e il porto di Torbole, e di una terza fortificazione localizzata su un dosso situato nei pressi dell’abitato di Nago e denominata Castello di San Zenone.[10]

La collocazione spaziale di tali strutture è indicato nella seguente pianta.

Figura 19 – Nella carta topografica (scala 1 : 10 000) riportata qui sopra è possibile vedere la disposizione del sistema difensivo costituito da Castel Penede e dalle altre strutture fortificate che facevano capo al castello.

Figura 19

Figura 19

Figura 20

Figura 20

P4

Figura 21

Figura 20. Resti del basamento della Torre 1 al “Belvedere di Torbole”, vicino al Lago di Garda.Figura 21. Sperone roccioso sul quale era stata edificata la Torre 2 lungo la strada che da Torbole conduce a Nago, vista da Castel Penede.

 

Il castello, significativamente, si collocava al centro del sistema difensivo e ne costituiva, allo stesso tempo, il vertice più elevato dal punto di vista altimetrico.

Come si può vedere dalle immagini, inoltre, salendo dal Lago di Garda, prima di arrivare a Castel Penede ci si imbatteva in due torri che verosimilmente dovevano costituire, almeno nel XIII secolo, periodo relativamente al quale si hanno le maggiori testimonianze di una loro frequentazione, una pertinenza del castello stesso.[11] Purtroppo i reperti delle strutture, scarsi nel caso del castello, scarsissimi nel caso delle torri, rendono possibile unicamente una ricostruzione storica molto approssimativa e realizzabile per molta parte da un punto di vista meramente ipotetico.[12]

Ciò che appare assodato è che il dosso alla cui sommità giace Castel Penede, appare come il teatro di una sequenza insediativa almeno bimillenaria che deve ancora essere studiata in profondità dal punto di vista archeologico.[13]

Per quanto concerne poi il rapporto di successione temporale castello-torri vi sono elementi che portano a formulare considerazioni contrastanti. Da un lato sembra verosimile supporre che, proprio per ragioni di continuità insediativa, il nucleo originario del castello possa essere antecedente alle torri, anche se di queste ultime risulta particolarmente difficile datare in maniera precisa le origini. Un’altra ragione che teoricamente confermerebbe l’antecedenza del castello rispetto alle torri sembrerebbe inoltre essere la dipendenza di queste ultime da esso: infatti, se queste, così come del resto Castel Penede, si trovavano in una posizione di controllo strategico lungo una strada che collegava il Lago di Garda alla Valle dell’Adige, il castello però si colloca in posizione dominante, in virtù della sua sopraelevazione, rispetto alle altre due fortificazioni che sembrano quindi costituirne delle appendici di minor importanza.

Dunque, secondo tale prospettiva,  parrebbe verosimile supporre che le torri fossero state edificate successivamente proprio in funzione di un migliore presidio di quella importante via di comunicazione e per fungere da avamposto del castello stesso, al fine di un più efficiente controllo strategico del porto sul Lago di Garda.

Per contro, però, se ci si richiama con maggiore concretezza ai dati archeologici e alle attestazioni documentarie il quadro che emerge appare capovolto. Innanzitutto il nucleo bassomedievale di Castel Penede sembra sia stato edificato, almeno stando ai più recenti studi archeologici, agli inizi del XIII secolo e più precisamente tra il 1203 e il 1207 [14], mentre il periodo di realizzazione delle torri sarebbe compreso tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo.[15]

Se poi si vogliono cercare riferimenti documentari, nella più volte citata trascrizione documentaria riferita al 1175, in cui gli Arco investivano Isolano di Nago e i suoi fratelli di alcuni territori presso Torbole, si accenna all’esistenza di un «aedificium superpositum» che doveva rimanere aperto agli Arco in caso di guerra.[16] L’identificazione dell’edificio è tutt’ora incerta: il Waldstein Wartenberg lo identifica con un castello che doveva trovarsi sul monte Brione[17], mentre un’interpretazione più recente proporrebbe il riferimento della dicitura sopra riportata ad una delle due torri.[18] Se quest’ultima affermazione potesse essere verificata su basi solide, a buon diritto si potrebbe dunque sostenere l’antecedenza di almeno una delle due torri all’edificazione bassomedievale di Castel Penede. Comunque la si voglia vedere, quello che se ne ricava come dato di fatto è che, in un lasso di tempo circoscritto coincidente con la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, nella zona di Nago-Torbole si è assistito ad un massiccio intervento di fortificazione. A tale proposito giova infatti ricordare che, nella già citata spartizione testamentaria del 1211, comparivano tra le fortificazioni dei signori d’Arco sia il Castello di Penede che una casa fortificata presso il porto di Torbole, costruzione quest’ultima che potrebbe anche coincidere con una delle due torri di cui si sta trattando e, in particolare, con la “Torre 1” situata in un luogo sopraelevato ma molto vicino al porto.

Quest’ultima, la cui origine viene fatta risalire ad un periodo compreso tra la fine XII e l’inizio del XIII secolo, è la più vicina al lago delle due, costituiva sicuramente un presidio della strada che saliva verso Nago oltre che un importante punto di osservazione in vista di una più efficiente riscossione dei dazi o di un maggiore controllo di un luogo come il porto di Torbole, importante sia da un punto di vista economico che militare.[19]

La “Torre 1” offriva una visuale ravvicinata di Torbole ma, sebbene fosse in comunicazione visiva diretta con il Castello di Arco e con la “Torre 2”, non consentiva però di vedere direttamente Castel Penede. Essa si trovava su un dosso che separa il corso del Sarca dalla valletta di S. Lucia e dal quale si poteva agevolmente controllare il passaggio alla Valle di Loppio. A tale torre il Bonomi accosta il termine di “Castello di Torbole” ipotizzandone un’origine bassomedioevale, tesi che sarebbe suffragata anche dai reperti materiali ritrovati in zona.[20] Tra i resti rinvenuti sono citati dal Bonomi anche numerosi chiodi di spessore e lunghezza diversa e ciò potrebbe far pensare che l’alzato di questa torre fosse stato realizzato in materiale ligneo, ma anche in questo caso siamo su un terreno di pura ipotesi.[21]

La “Torre 2” si colloca invece quasi a metà strada tra la “Torre 1” e Castel Penede, e, anche in questo caso, appare verosimile ipotizzare, in base ai ritrovamenti effettuati, che essa dovesse essere stata realizzata con alzato in legno e copertura in cotto, adagiata su uno sperone roccioso, il cui piano doveva essere stato precedentemente livellato da un basamento in calce e frammenti di coppi.[22] La struttura, in diretta comunicazione visiva col castello, a quanto si può ancora dedurre dai reperti ritrovati, non sembra abbia avuto una frequentazione regolare e continua nel corso degli anni e avrebbe avuto la sua massima importanza nel secolo XIII, quando, come si è visto, la situazione politica fu turbolenta e frequenti furono gli scontri in zona. Sembra tuttavia che essa abbia avuto parimenti vita breve in questo primo periodo, visto che già dopo la prima metà del secolo successivo pare sia caduta in disuso per poi tornare ad essere utilizzata in un secondo momento, ancora una volta in modo discontinuo, nel XV secolo.[23]

Infine, a completare il quadro del sistema di fortificazione innestato nei territori compresi fra gli abitati di Nago e Torbole vi era un ulteriore fortilizio identificato con la denominazione  Castello di San Zenone.

Figura 22

Figura 22

Figura 22 – Immagine fotografica scattata dal lato orientale di Castel Penede dal quale si può vedere il dosso sul quale sorgeva il Castello di San Zenone.

 

Il Castello di San Zenone viene nominato nei documenti per la prima volta nel 1213 e, ancora oggi, vicino alla chiesa di San Zeno, situata a poca distanza sullo stesso dosso ove si trovava fortilizio, sono rimasti i ruderi di una struttura quadrangolare che probabilmente costituivano in origine le pareti di una torre difensiva.[24] Inoltre i dati archeologici evidenziano delle analogie tra i parametri costruttivi della torre in questione con quelli dei castelli di Seiano e Castellino il che sembrerebbe suggerire un’edificazione collocabile nello stesso periodo per tutte le strutture e potrebbe far supporre che essa sia stata commissionata dalla medesima famiglia, quella dei Seiano, che originariamente poteva aver posseduto tutti e tre i suddetti fortilizi.[25]

Il Waldstein-Wartenberg attesta l’esistenza del Castello di San Zenone come certa ancora il 28 gennaio 1272 quando Odorico, nel bel mezzo dello scontro con Mainardo II del Tirolo e con la famiglia dei Castelbarco per il controllo del sistema di fortificazione Nago-Torbole, avrebbe intimato a Bertoldo da Nago, suo feudatario, di consegnargli proprio i castelli di S. Zenone e Penede.[26] Probabilmente, anche alla luce degli eventi storici, si tratta dell’ultimo tentativo operato dagli Arco per ritornare in possesso di Castel Penede, che proprio nello stesso anno verrà dato in feudo da Mainardo II del Tirolo ai Castelbarco ai quali, come già ricordato, l’investitura verrà poi confermata anche dal vescovo Enrico II nel 1281.

Ciò che appare come dato di fatto in riferimento a tale fortificazione è però che essa, rispetto alle altre due torri, deve aver goduto di una maggiore importanza, forse proprio in ragione della sua maggiore centralità rispetto all’abitato che avrebbe potuto servirsene.

Tale evidenza sarebbe testimoniata innanzitutto dal fatto che, al contrario delle altre due torri, il castello di San Zenone compare citato nelle fonti documentarie e, in secondo luogo, dal materiale di costruzione, in questo caso, rappresentato dalla  pietra che costituiva appunto il materiale utilizzato per le fortificazioni ritenute più importanti e che, quindi, andavano costruite col materiale più resistente, anche se più dispendioso e impegnativo da utilizzare.

Le due torri che si collocano nella discesa verso il Lago di Garda erano invece postazioni isolate, realizzate con un materiale come il legno, meno nobile della pietra, spesso utilizzato nell’edificazione di strutture di secondaria importanza collocate in posizioni strategiche che potevano fungere da punti di controllo, ma che, però, non dovevano evidentemente possedere caratteristiche prettamente difensive.

La struttura del castello

Per quanto riguarda la struttura del castello, ad una attenta ricostruzione complessiva essa appare molto complessa e articolata dal momento che si configura come il risultato di numerose sovrapposizioni avvenute in fasi costruttive differenti susseguitesi nel corso dei secoli. Tentando inoltre di semplificare un po’ l’intricata matassa rappresentata dai diversi elementi architettonici si può affermare che il castello si compone essenzialmente di due livelli costruttivi localizzati ad altezze differenti. In questo caso, le edificazioni più antiche – almeno stando alle ipotesi archeologiche meno prudenti – sembrerebbero, in alcune loro parti, poter essere riconducibili addirittura all’XI secolo, anche se da un’analisi corredata da prove maggiormente significative buona parte degli edifici sommitali risulterebbe databile attorno all’inizio del XIII secolo, e quindi si può ipotizzare che essi siano effettivamente stati frutto di una committenza degli stessi signori d’Arco.[27]

In definitiva, dunque, quali ipotesi si possono formulare circa la struttura del castello nel periodo durante il quale esso fu possedimento della stirpe arcense nel XIII secolo?

Le immagini riportate di seguito – combinate con fotografie recenti – sebbene non contribuiscano a far piena luce sulla struttura trecentesca del castello, possono comunque aiutarci a comprendere quantomeno quale fosse la sua strutturazione seicentesca e ciò può costituire quindi un utile punto di partenza per un’ulteriore analisi retrospettiva.

Figura 23 – Planimetria del castello tratta dal Codice Enipontano III (1615) [Innsbruck Tiroler Landsarchiv, Codice n. 3 (già 299), tav. 19]; evidenziata in rosso la parte probabilmente più antica, i cui resti odierni sono immortalati nelle fotografie sottostanti.

Figura 23

Figura 23

Figura 24

Figura 24

 

Figura 25

Figura 25

Figura 24. Particolare di quella che è stata identificata come la residenza signorile, (il mastio del castello?) risalente, secondo analisi di laboratorio, al XIII secolo, ma come spesso accade in questi casi potrebbe trattarsi di una riedificazione avvenuta sopra una struttura preesistente.Figura 25. La stessa, vista da sud, protetta da ben due cinte difensive sottostanti.

Le foto delle rovine del castello sono proposte con l’intento di provare indicativamente a fornire un’idea almeno approssimativa, partendo da ciò che rimane di Castel Penede, di quello che – dati archeologici alla mano – dovrebbe essere stato il primo nucleo del castello in epoca bassomedievale e della sua collocazione sul dosso. Purtroppo essendo i resti molto frammentari, molto è anche il lavoro lasciato all’immaginazione.

Intraprendendo un percorso ipotetico con poche certezze ci si ritrova a seguire alcuni parametri di carattere generale che compaiono come caratteristiche comuni ai castelli dell’epoca e, in particolare, ad altre fortificazioni analoghe in ambito locale.

Una prima considerazione a riguardo è che tali tipologie castellari avevano in origine strutture costruttive piuttosto semplici, mentre una seconda consiste nel fatto che i primi elementi fortificati edificati su di un dosso si collocavano con una frequenza rilevante nelle posizioni più elevate dal punto di  vista altimetrico (vedasi, ad esempio, i casi di Arco e Drena tra quelli trattati).

Su tali basi quindi è possibile supporre che le strutture originarie siano state quelle rappresentate dal livello superiore del castello e che sono raffigurate nelle immagini sopra riportate, costituite verosimilmente da una torre, da una (o, in questo particolare caso, forse più di una) cinta muraria e da alcuni locali accessori. Successivamente il castello si deve essere ampliato fino a comprendere tutti le parti visibili nelle immagini riportate di seguito, assumendo le sembianze di una fortificazione maggiormente adatta ad una difesa da armi che utilizzavano la polvere da sparo.

Se poi ci si vuole aggrappare ad una ricostruzione dotata di maggiore concretezza e analizzare dunque quale fosse la strutturazione del fortilizio quando esso era in condizioni di integrità soddisfacenti, vista l’impossibilità di farlo sulla base della scarse testimonianze materiali pervenuteci, occorre ricorrere alla documentazione storica di carattere iconografico. E, a tale proposito, un esempio di quale fosse la precisa strutturazione del castello nel Seicento ci è consegnato dal Codice Enipontano III che ci fornisce, oltre alla planimetria presentata in precedenza, anche alcune viste prospettiche del castello.

Figura 26

Figura 26

Figura 27

Figura 27

Le immagini, tratte del Codice Enipontano III (1615) [Innsbruck Tiroler Landsarchiv, Codice n. 3 (già 299), tav. 17-18] rappresentano rispettivamente le viste del lato nord (figura 26), con l’ingresso in primo piano e una leggera deformazione dell’immagine del castello dovuta alla prospettiva, e del lato est (figura 27) dove si vede lo sviluppo longitudinale della fortificazione nel senso della conformazione del dosso in una veduta dalla strada che attraversa l’abitato di Nago prima di scendere verso Torbole.

Ovviamente, come detto, in queste due immagini il castello si presenta nella sua conformazione tarda ed appare in quello che deve essere stato il suo massimo sviluppo, fortemente modificato dagli adattamenti che deve aver subito per conformarsi alle nuove tecniche di battaglia. Sempre nel Codice Enipontano III ne troviamo, inoltre, la seguente descrizione.

Adi 24 settembre 1615

 

Giunti nel castello di Penede nel qual castello si trova un’rondello che guarda verso Torbole qual guarda molto bene la strada che viene da Torbole a Nago guardato che sia detta strada l’inimico non può condur artigliaria.

Quanto poi al bisogno si reparamenti principalmente li coperti qualli sono molto disfatti et ruinatti recorergli si anco tutti li coritori et guardie in zirchia detto castello gli fa bisogno fargli gli suoi pogiolli di ferro si come prima si trovava di legno qualli sono disfatti et ruinatti acciocche gli soldatti sian più sichuri di giorno et di notte poiché alchuni soldati si sono precipitati per tal mancamento con fargli sopra trei garite da santinele per poter in tempo de cativi tempi il soldatto gli possi restare a coperto fa bisogno ancora poiché la porta è molto mal assicurata farvi un restello di legno davanti forte accio che alcun nemico con petardi et altre cose simili non puossi venir alla porta al’inprovisa.[28]

Dalla testimonianza seicentesca di cui sopra si ricavano, anche in questo caso, informazioni preziose: innanzitutto viene ribadita l’importanza strategica della fortificazione dovuta alla sua favorevole collocazione e, in secondo luogo, ci si rende conto che già all’epoca il castello non doveva essere esattamente in buone condizioni, visti i numerosi interventi necessari per renderlo efficiente ma, anche e soprattutto, sicuro per chi vi alloggiava. Se in un inventario analogo e inerente il Castello di Arco si ha l’impressione che ci si preoccupi prevalentemente della realizzazione di opere di adattamento per meglio difendersi dalle armi da fuoco, in questo caso si ha invece la sensazione che gli interventi siano indirizzati maggiormente ad una vera e propria riparazione e messa in sicurezza del castello che doveva evidentemente risultare danneggiato in diverse sue parti. Questa differenza può essere spiegata anche in ragione del fatto che la sua struttura doveva essere già stata adattata al nuovo modo di fare la guerra. Infine, si può apprezzare come, ancora nel Seicento, il legno fosse massicciamente utilizzato per la realizzazione di strutture accessorie e come, ovviamente, alcune strutture preesistenti – verosimilmente di avvistamento – fossero realizzate con tale materiale che però, rispetto alla pietra, presentava l’inconveniente di un più facile e rapido degrado.

Le viste

Dal punto di vista difensivo, poi, di grande importanza è l’ampiezza del controllo visivo sul territorio di cui si dispone da detto castello.

Figura 28 - Vista nord

Figura 28 – Vista nord

Figura 29 - Vista est

Figura 29 – Vista est

Figura 30 - Vista sud

Figura 30 – Vista sud

Figura 31 - Vista sud-ovest

Figura 31 – Vista sud-ovest

 

Rassegna delle visuali da Castel Penede in ordine nord-est-sud-ovest.

Le immagini, come nel caso precedente, ci offrono una panoramica di ciò che si può osservare dal castello in un ordine di visuale orientato in senso orario nord-est-sud-ovest.

La prima vista offre un eccellente controllo sulla bassa Valle del Sarca e, nell’immagine (Fig.28), si può apprezzare come risulti ottimale la visibilità del Castello di Arco, mentre non sia visibile in nessun modo il dosso sul quale era ubicato Castel Seiano.

Nella seconda fotografia (Fig.29) si può invece verificare la visuale est, dalla quale si poteva godere del controllo della parte finale della strada proveniente dal lago e dell’abitato di Nago; con la freccia rossa è indicato il luogo dove sorgeva il Castello di San Zenone, una delle fortificazioni che, come detto, concorreva a costituire il sistema difensivo di Nago-Torbole.

La vista sud (Fig.30), oltre a consentire una panoramica che permette di controllare una porzione piuttosto ampia del Lago di Garda, offre anche una buona visuale sulla strada che da Torbole risale verso Nago passando a sinistra dello sperone roccioso lungo la valletta di S. Lucia.

Infine, ad ovest (Fig.31), si può beneficiare di una vista dei territori di Torbole e Linfano sino alle pendici del Monte Brione che impedisce però la visione dei castelli di Tenno, di Ceole, della Rocca di Riva e della Torre Apponale. In direzione sud-ovest è inoltre possibile scorgere, indicata dalla freccia, la prima delle due torri edificate tra il castello ed il lago.

Anche in questo caso, dunque, come in quello del Castello di Arco, l’analisi delle viste panoramiche possibili dal fortilizio sottolinea ulteriormente l’importanza strategica della posizione in cui si trovava la fortificazione. La fortunata ubicazione ha sicuramente contribuito a determinarne la lunga sequenza insediativa del dosso così come lo stesso sviluppo delle strutture difensive di Castel Penede che, nella loro configurazione più tarda, sono seconde per estensione solo a quelle del castello arcense.

Come si è avuto occasione di verificare, poi, la particolare localizzazione del fortilizio lo poneva in comunicazione visiva diretta con il Castello di Arco e con due delle strutture difensive collocate presso Torbole e Nago; in questo senso si può quindi supporre che – nel XIII secolo, quando tutte queste fortificazioni erano nelle mani degli Arco – l’aspetto comunicativo tra le diverse strutture fosse di primaria importanza nel senso del controllo della viabilità stradale e portuale dell’area situata nelle immediate vicinanze del Lago di Garda che, come anticipato, storicamente, è sempre stata una terra contesa al centro di numerosi scontri tra diverse famiglie nobiliari e differenti poteri politici. Purtroppo la collocazione del castello in un’area così nevralgica e turbolenta ne ha causato anche le sfortune, materializzatesi nelle innumerevoli distruzioni che esso ha subito nel corso del tempo che hanno fortemente contribuito a ridurlo allo stato ruderale attuale già a fine ‘600/inizio ‘700.

 

 

 

[1] In particolare la questione non viene approfondita in alcune opere di riferimento come A. Gorfer, I castelli del Trentino: guida, Saturnia, Trento, 1967; G. M. Tabarelli, F. Conti, Castelli del Trentino cit.

[2] Cfr. O. Brentari, Guida del Lago di Garda cit., p. 8.

[3] Cfr. G. Mastrelli Anzilotti, Toponomastica trentina: i nomi delle località abitate cit., p. 131.

[4] Cfr. G. P. Brogiolo, G. Gentilini W. Landi , Castel Penede, in E. Possenti, G. Gentilini, W. Landi, M. Cunaccia (a cura di), APSAT 4. Castra, Castelli e domus murate: corpus dei siti fortificati tra tardo antico e basso medioevo, SAP, Mantova, 2013, p. 417.

[5] Cfr. G. Mezzi, Nago e Torbole, dalle origini al secolo XVI, Scuole grafiche Artigianelli, Trento, 1976, pp. 50-70.

[6] Cfr. G. P. Brogiolo, G. Gentilini W. Landi, Castel Penede cit., p. 417.

[7] Cfr. A. Franco, Privilegia, n.2, pp. 6-7;  A. Franco, De arcensis castri fundatione, p. 47:  «Per lignum, quod in suis manibus Dnus Huldaricus et Dnus Fridericus fratres et filii quondam dni Alberti de Arcu investivere Isolanum de Nacu, et Albertum, et Achillem, et Riprandum fratres patrem et filios honorabiliter per feudum nominative de monte, qui noncupatur Rota, iacente apud lacum, et apud Sanctum Andream de Turbolis […] 12 cal feb 1175 in loco de Arcu infra Castellum […]».

[8] Cfr. G. P. Brogiolo, G. Gentilini, W. Landi, Castel Penede cit., pp. 420-423.

[9] Ibid.

[10] Cfr. F. Bonomi (et al.), Ritrovamenti archeologici tardomedievali presso i ruderi di una torre anonima nel Comune di Nago-Torbole, estratto da «Annali dei Musei civici», Rovereto, 8/1992, p. 98; Cfr. M. Dalba, Castello di San Zenone, in E. Possenti, G. Gentilini, W. Landi, M. Cunaccia (a cura di), APSAT 4. Castra, Castelli e domus murate: corpus dei siti fortificati tra tardo antico e basso medioevo, SAP, Mantova, 2013, p. 426.

[11] Cfr. F. Bonomi (et al.), Ritrovamenti archeologici tardomedievali cit., pp. 95-97.

[12] Ibid.

[13] Cfr. G. Gentilini, G. P. Broglio, W. Landi, Castel Penede nel Sommolago, in E. Possenti, G. Gentilini, W. Landi, M. Cunaccia (a cura di), APSAT 4. Castra, Castelli e domus murate:corpus dei siti fortificati tra tardo antico e basso medioevo, SAP, Mantova, 2013, p. 217.

[14] Ivi, pp. 235-238.

[15] Cfr. F. Bonomi (et al.), Ritrovamenti archeologici tardomedievali cit.., p. 98.

[16] Cfr. A. Franco, Privilegia, n. 2, pp. 6-7.

[17] Cfr. B. Waldstein-Wartenberg, Storia dei conti d’Arco, p. 32.

[18] Cfr. M. Dalba, Sistema difensivo tra Nago e Torbole, in E. Possenti, G. Gentilini, W. Landi, M. Cunaccia (a cura di), APSAT 4. Castra, Castelli e domus murate: corpus dei siti fortificati tra tardo antico e basso medioevo, SAP, Mantova, 2013, p. 428.

[19] Cfr. F. Bonomi, Resti di strutture medievali: il Belvedere di Torbole, in «Il sommolago: periodico di arte, storia e cultua», Anno XI, n 1, aprile 1994, pp. 119-120.

[20] Ibid.

[21] Ibid.

[22] Cfr. F. Bonomi (et al.), Ritrovamenti archeologici tardomedievali cit., p. 78.

[23] Ivi, p. 98.

[24] Cfr. M. Dalba, Castello di San Zenone in E. Possenti, G. Gentilini, W. Landi, M. Cunaccia (a cura di), APSAT 4. Castra, Castelli e domus murate: corpus dei siti fortificati tra tardo antico e basso medioevo, SAP, Mantova, 2013, p. 426.

[25] Ibid.

[26] Cfr. B. Waldstein-Wartenberg, Storia dei conti d’Arco, p.157; Archivio di famiglia, Busta 10.

[27] Cfr. G. Gentilini, G. P. Broglio, W. Landi, Castel Penede a Nago nel Sommolago, p.234.

[28] N. Rasmo, Il Codice Enipontano III: e le opere di difesa del Tirolo contro Venezia nel 1615, Istituto italiano dei castelli. Sezione di Trento, Trento, 1979, p. 22; dalla Relazione del capitano Giuseppe Zanardi, commissario del cardinale Carlo Gaudenzio Madruzzo, principe vescovo di Trento, sulla visita ai castelli di confine del principato fatta assieme al commissario arciducale fra il 16 settembre e l’8 ottobre 1615, documento originale conservato nell’Archivio di stato di Trento, Capsa 80 n.178(già C.103 n.18).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: